Bova - I Chòra

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Nella capitale dell'Area Grecanica

Alla "Chòra", si arriva percorrendo la nuova strada di collegamento rapido mare-monti che da Bova Marina garantisce di raggiungere i 915 metri del centro storico in poco più di dieci minuti.

Il panorama che ci accompagna lungo la risalita è di estrema bellezza. Alle spalle lo Ionio, sulla sinistra l'Etna che svetta maestoso con i suoi 3330 metri e di fronte i contrafforti dell'Aspromonte che dai 1307 metri dei Campi di Bova salgono rapidamente fino alla vetta del Montalto (m.1956).

A dominare lo scenario lungo la risalita è però la maestosa rupe di Bova sulla quale sono visibili i ruderi di una fortificazione di epoca normanna dalla quale i tetti delle case del centro storico degradano dolcemente fino a confondersi con le balze rocciose della valle.

Il paese di Bova è arroccato sulle pendici di un colle che si innalza per 820 m. s.l.m. ed occupa una superficie territoriale comunale di 46,74 Kmq.

Bova ha origini molto antiche come testimoniano rinvenimenti di armi silicie dell'epoca neolitica, ritrovate numerose nel territorio. Anche dentro l'abitato di Bova, nel perimetro del Castello, furono rinvenute schegge di ossidiana, attestanti il commercio primitivo che gli abitanti delle isole Eolie intrattenevano con i popoli vicini a partire dal IV millennio a.C.. Pertanto le rocche del Castello ospitarono sicuramente un insediamento umano di età preistorica. E ancora i numerosi frammenti vascolari, con disegni a meandro, ad impasto lucido nero, di fattura certamente greca, del primo periodo di colonizzazione, comprovano l'antica esistenza di abitazioni nella zona del castello e documentano i vari insediamenti umani nel corso dei secoli.

Tra le popolazioni preistoriche che abitavano tra le rocche e le caverne di Bova ci furono gli Ausoni, dediti soprattutto alla pastorizia, che furono, poi, assoggettati dai coloni greci. Nei secoli VIII-VI a.C., nell'ambito del vasto movimento migratorio dalla Grecia verso occidente, sorsero lungo la fascia costiera ionica della Calabria, numerose colonie greche, l'abitato di Delia o Deri fu posto, allora, in contrada S. Pasquale, presso la foce di quel torrente. Secondo la leggenda Bova fu fondata da una Regina greca, che sbarcata lungo la costa, sarebbe risalita verso l'interno e fissato la sua residenza sulla cima del colle di Bova, presumibilmente entro le rocche dell'antico Castello.

In età greca Bova subì le sorti della politica locrese, nelle vicende storiche di conquiste e di guerre, fu sottoposta, quindi alla tirannide di Siracusa. Con la vittoria di Roma sui Cartaginesi le terre dei locresi furono sottomesse dai romani, Bova, comunque, poté godere della cittadinanza romana, ma la tranquillità durò poco, infatti, essendo il paese troppo esposto verso il mare, vicino Capo Spartivento, subì le frequenti incursioni barbariche. Nel 440, infatti, i Vandali, sbarcarono sulle coste lucane e bruzie devastando e saccheggiando le città marittime. Dopo aver occupato la Sicilia, organizzarono scorrerie in Calabria e gli abitanti del litorale per sfuggire alle devastazioni si rifugiarono sui monti, in luoghi più sicuri ed inespugnabili. Fu questo, quindi, il motivo che spinse gli abitanti di Delia a fondare la città di Bova.

Dal IX secolo Bova fu continuamente assediata dai Saraceni: questi pirati che venivano dalla Sicilia, dove erano giunti intorno all'anno 829 provenienti dall'Africa e dalla Spagna, approdavano a Capo Spartivento e spesso, per avversità atmosferiche, erano costretti a fermarsi e, non trovando alcuna residenza, saccheggiavano e devastavano il territorio di Bova. Uno dei più disastrosi assalti saraceni fu quello 953, anno in cui Bova subì per ordine diretto dell' Emiro di Sicilia, Hassan Ibu-Alì, l'attacco di sorpresa e la strage di molti abitanti, mentre i più furono mandati schiavi in Africa. E ancora nel 1075 gli arabi sbarcando alla marina di Bruzzano occuparono parte della Calabria ed anche Bova fu sottoposta a stretto assedio. In città si accedeva attraverso due porte turrite, porta Ajo Marini e l'altra ubicata nei pressi della Cattedrale. L'acropoli della città di Bova era costituita dall'antica Cattedrale, il Palazzo Vescovile e le case delle famiglie più ricche e nobili, fuori le mura esistevano i due borghi: Borgo di Rao e Borgo S. Antonio con tre torri difensive poste una di seguito all'altra, di una sola delle quali, oggi restano i ruderi. Con la dominazione normanna Bova entrò nel periodo feudale. All'età laico-normanna seguì il feudalesimo ecclesiastico - svevo e Bova fu infeudata all'Arcivescovo di Reggio che la tenne con il titolo di Conte fino al 1806, anno dell'eversione della feudalità. Bova fu antichissima sede vescovile, il primo vescovo sarebbe stato ordinato nel I secolo da Stefano di Nicea, Vescovo di Reggio, e seguì il rito greco, introdotto in Calabria dai monaci basiliani, fino al 1572, anno in cui l'Arcivescovo Cipriota Stauriano impose il rito latino. Nel 1577 una tremenda pestilenza colpì il paese. Essendo approdato alla marina un naviglio carico di merci, una donna acquistò dei drappi preziosi che espose alla finestra per la festa del Corpus Domini: erano tessuti infetti da peste. A causa del caldo il male si diffuse e colpì molti cittadini. La notizia dell'epidemia si sparse subito nei paesi vicini, Bova fu isolata, il commercio di ogni genere fermo. Tale isolamento originò anche una forte carestia e la morte di moltissimi abitanti.

Nel corso del XVI secolo, si ebbe un risveglio dell'attività predatrice dei turchi contro l'Italia meridionale e ne derivò la necessità di apprestarsi alla difesa; fu infatti realizzata una linea di torri di guardia lungo tutto il litorale calabrese. Nel territorio costiero di Bova esisteva già, a quel tempo, la Torre di San Giovanni d'Avalos posta sul Capo Crisafi, furono quindi costruite Torre Vivo, completamente smantellata nel 1700, e Torre Varata . Si ha notizia di molte incursioni turchesche nel territorio di Bova. Nel 1572 alla marina di Bova si erano rifugiate due tartane cristiane, per sfuggire all'inseguimento di un naviglio turco, l'equipaggio chiese aiuto ai bovesi e il Governatore della città , alla guida di un numeroso stuolo di cittadini, scese alla marina. La battaglia durò molte ore e i turchi rimasero uccisi sulla spiaggia, il piccolo esercito bovese riuscì a mettere in fuga le navi turche. Il terremoto del 1783 provocò a Bova notevoli danni valutati per cinquantamila ducati. Quando nel 1799 i francesi istaurarono a Napoli la Repubblica Partenopea, non tutto lo stato napoletano ne fece parte, l'estrema provincia di Reggio, Bova compresa , rimase sotto il governo dei Borboni.

Il Cardinale Ruffo nel febbraio del 1799 sbarcò in Calabria alla riconquista del regno, e fu agevole in tale zona l'organizzazione delle bande che accorrevano ai suoi ordini. Uno dei primi paesi che rispose all'appello fu Bova , dove si costituì una grossa banda di Sanfedisti che mosse verso Reggio incorporandosi alle truppe del Cardinale. Oltre alle catastrofi naturali, Bova subì, nel 1943, durante l'ultimo conflitto mondiale, un grave bombardamento da parte degli angloamericani, che danneggiò notevolmente le strutture insediative; nella strage morirono ventisei cittadini bovesi.

Cultura e Artigianato

L'artigianato di Bova rientra nelle forme dell'artigianato grecanico e si esprime nella tessitura e nella cosiddetta "arte dei pastori".

Parlando di arte tessile è necessaria una distinzione tra "l'arte della seta", ritenuta più nobile per la preziosità del tessuto, e "la tessitura popolare" le cui origini risalgono all'età neolitica.

Ed è proprio questo secondo filone, quello della tessitura popolare, appreso dalle donne fin dall'infanzia, che veniva ancora praticato a Bova e nei paesi dell'area grecanica.

La materia prima è costituita dalla lana, dal lino, dal cotone e soprattutto dalla ginestra, elementi che vengono ricavati in maniera naturale ed artigianale dalle stesse tessitrici con lunghi processi di lavorazione. Lo strumento di lavoro è il telaio a mano, le cui componenti anch'esse a struttura artigianale necessitano di essere azionate con perfetto sincronismo per realizzare un tessuto perfetto. I tessuti dell'artigianato grecanico vengono quasi sempre prodotti nella forma di teli rettangolari che cuciti a tre a tre costituiscono le coperte "vutane".

Dal punto di vista del disegno le forme più comuni sono: il "mattunarico", il "telizio", la "greca", il "greco", le "muddare".

I più consueti motivi di questi disegni vanno ricercati nell'arte bizantina, arte che pur lontana da ogni codificazione documentaria nei paesi della Calabria si è consolidata nella società povera ed incolta solo per una trasmissione orale. Per la tessitrice i motivi ispiratori erano gli affreschi delle Madonne e Santi esistenti nelle grotte o nelle chiesette bizantine.

L'analisi dei disegni sia nella geometricità, sia nella stilizzazione delle forme, denota un'interpretazione popolare di un'arte di per sé semplice e povera nella sua espressione calabrese.

La maggior parte di essi era una riviviscenza dei simboli chiave dell'ellenismo con una sovrapposizione di segni religiosi quale la croce greca, che pur in diverse stilizzazioni è quasi sempre è presente nel reticolo ornamentale. Culturalmente è una produzione molto valida in quanto confrontabile con elementi artistici propri dell'arte bizantina come risulta dal riscontro con antichi affreschi mosaici dei secoli X, XI, e XII. La civiltà e l'immagine bizantina si è tramandata nei secoli fino ad oggi tra le tessitrici da madre in figlia con la tradizione orale trasmessa in gelosa eredità.

Accostarsi oggi a questi tessuti è come ammirare segreti archeologici. La civiltà industriale, le fibre sintetiche hanno reso faticosa la produzione artigianale, per cui i tessuti, una volta frequenti ed usuali nelle case, assumono oggi la dignità di un documento storico-artistico. Molti telai non esistono più, altri sono stati smontati e riposti nei solai, e sempre quindi, più difficile passeggiando per i vicoli di Bova sentire il ticchettio del vecchio telaio. Le forme dell'artigianato grecanico del legno sono più variegate. Gli oggetti artigianali sono prodotti dell'arte pastorale e rappresentano il lavoro agricolo e quello casalingo delle donne. Si tratta, generalmente, di doni nuziali, pregni di delicato senso artistico e di arcaiche presenze, assumono il significato di legame. E' il pastore che crea il dono con le proprie mani. Durante le settimane di permanenza sui monti i pastori intagliano gli oggetti nel legno di ulivo e di arancia, con i simboli ricorrenti del sole, della luna, dell'uccello, con motivi floreali e geometrici.

Tra gli oggetti portati in dote dalla sposa vi é il telaio costruito dallo sposo con legni resistenti e pregiati, e tutta la serie di rocche, conocchie, fusi e navette per la lavorazione tessile.

Interessante é la produzione di stampi per dolci e formaggi. Le cosiddette "musulupare", strumenti per pressare i formaggi recanti ciascuna una figura di donna acutamente stilizzata. La cornice della figura é inclusa in una sequenza di motivi ornamentali a raggiera, a fiore, in una fitta trama di intagli a dente di lupo. Il tutto richiama alla mente le forme e l'ornamentazione delle antiche icone bizantine. Così i "plumia", timbri per dolci, che oltre i consueti segni della croce presentano decorazioni più elaborate, come palmette o movimenti di linee frastagliate in risalto. Le "mistre" cucchiai intagliati, e tutta la serie di collari per le bestie, lavorati con il gelso, anch'essi intagliati e decorati con cerchi radiati e rosette; e ancora le "fescedde", contenitori per la ricotta.

Tali oggetti sono, quindi, la testimonianza di un momento culturale talmente radicato nella tradizione della popolazione bovese e pastorale aspromontana in generale, da continuare ad essere praticato pur essendosi ormai perduta la consapevolezza del significato delle decorazioni ornamentali e delle immagini.

Gastronomia

Per quanto riguarda la gastronomia i cibi tradizionali del paese di Bova e dell'area grecanica in generale sono molto semplici: il caratonfolo che é una specie di tartufo viola, i fichi d'india infornati (ascadia), la polenta con il latte (curcudia), i maccheroni conditi con il ragù di capra e la capra in brodo, le ciambelle con cimino bollite e poi infornate (anevamena), le pitte con la ricotta ed un'ottima varietà di formaggi. Caratteristici i dolci di Natale (protali) e quelli di Pasqua (nguti), o ancora la ricotta con il miele.

Ma basta assaggiare il prodotto più semplice come il pane di casa con le uova fritte alla fiamma di spolasse, per avere la consapevolezza di quanto siano intensi i sapori di questa cucina veramente calabrese.

Biblioteca e Museo

L'Amministrazione Comunale di Bova, negli anni ottanta, ha istituito il Centro Museale di Paleontologia per la raccolta e l'esposizione di reperti fossili rinvenuti nel territorio calabrese.

Il Museo costituisce un importante punto di riferimento per ricercatori e naturalisti per il prezioso materiale di studio che al suo interno è custodito.

La Calabria conserva nel sottosuolo un'enorme quantità di giacimenti fossiliferi, i reperti, di eccezionale valore, un tempo venivano esposti nelle vetrine dei musei più attrezzati fuori dalla regione; l'apertura del museo di Bova, unico nel suo genere in Calabria, ha consentito una sistematica ed organica esposizione della ricca raccolta paleontologica formata da esemplari fossili, macro e microfossili, concernenti faune e flore delle diverse epoche: da 100.000 anni fino a circa 120 milioni di anni fa.

Una sezione del museo è riservata all'esposizione di una serie di fossili, non calabresi, risalenti all'età Primaria, Secondaria e del Terziario Antico, provenienti dal resto d'Italia e da altre parti del mondo.

Le campane

I campanili delle chiese di Bova conservano antiche campane da timbri e suoni vivaci e brillanti. Sono campane di diverse dimensioni, con iscrizioni e fregi decorativi di notevole valore artistico. La torre campanaria della Cattedrale contiene quattro campane. Il campanone é chiamato "campana di marzo" perché suonava nel periodo di quaresima, sulla campana si legge chiaramente l'iscrizione: "Demonis et venti vim pello cantoque laudes corpora viva voco mortua voce fleo".

Su di una campana molto antica si leggono le lettere:

"F. D. C. D. B. G. I. M. F. A. D. MDCXXII"

Una terza campana più piccola presenta l'iscrizione:

"D.Jo. Cognata p. Bov. Anno 1935 Germani Santoro Fonditori Gallico".

Tale iscrizione ricorda l'anno in cui il Cognata fece rifondere le campane ed il nome del fonditore. La quarta campana presenta una iscrizione difficilmente decifrabile.

Anche nel campanile della chiesa di San Leo sono collocate quattro campane. Sotto una arcata sono poste due campane: la più piccola é più antica datata 1561 presenta un fregio con la Madonna, San Giuseppe e San Pietro.

La più grande presenta l'immagine di Santa Caterina, di un ninfetto e di un'altra figura con la seguente iscrizione: "S. Caterina O. P. M. abb. D. Carolus Fama Refect anno 1651 Opus Antonino Guirreira".

Le altre due campane sono state rifuse nel corso del 1900 dalla ditta napoletana Nobiliore, sulla più grande è raffigurato San Leo e la seguente iscrizione:

"In Aeris Locum anna Recuperatae saluti

MDCLI Refecit Modo Nimis Absoni Vetustate

Obsoleti Joannes Dieni Archipresbyter

Carmelus Mesiani Mazzacuva Ecclesiae

S. Leo Patroni Princ. Civitatis et Dioec:

Bovensis Procurator An MDCCCXIX Hoc

Facendum Curarunt".

La più piccola raffigura San Giuseppe e l'iscrizione:

"Pro Vetere Illo Sacro Aero An. Post.

Chr. Nat. MDLXI Confecto Novum Hoc".

Nel Piccolo campanile della Chiesa dell'Immacolata si trovano due antiche campane sulle quali si leggono le originarie iscrizioni che documentano l'appartenenza della cappella alla famiglia Marzano: "Petrus Paulus Marzano

Fieri Fecit Anno 1713"

"Virg. Concepit

Marzano Strogulen Immac. Dom: Ep. Us."

Le due campane della Chiesa del Carmine in origine erano poste in tre archi, sulla prima si legge in caratteri romani la data 1590.

La seconda è datata 1586 e presenta la seguente iscrizione:

"Opus Honorio Cuphio".

La cattedrale

La Cattedrale, di origine normanna, con visibili ricostruzioni e ristrutturazioni di età successive, è dedicata alla Madonna della Presentazione o Isodia. In posizione eminente rispetto al centro del paese, sorse su di una piazza che si innalza su una loggia con arcate murate, con resti di mattoni di due finestre che appartenevano all'antica chiesa dell'Odigidria. Si ritiene infatti che l'antica costruzione della Cattedrale debba ascriversi ai primi secoli dopo Cristo. A dimostrazione della sua esistenza nel V secolo figura la sottoscrizione di Lorenzo Vescovo di Bova. Padre Giovanni Fiore considera la Cattedrale di Bova una delle più antiche della Calabria, fondata nel I secolo, da Santo Stefano di Nicea, primo Vescovo di Reggio.

Il prospetto principale, scandito in tre parti da lesene, presenta un portale con stipite in pietra tufacea di stile tardo- barocco, ornato da due colonnine con piccoli capitelli, mensole e pennacchi, sormontato dallo stemma dell'ultimo Vescovo di Bova. Interessante è l'ingresso alla Cappella del Sacramento, ubicato sulla fiancata, con portale in pietra decorata, sulla cui architrave è incisa l'iscrizione con la data del 1691.

L'interno, di tipo basilicale, è a tre navate divise da pilastri che sorreggono quattro arcate, il soffitto è ligneo a capriate. In fondo all'abside centrale è situato il monumentale altare maggiore con fastigio sopraelevato; al centro, entro una nicchia, è posta la statua della Madonna della Presentazione o Isodia.

La statua della Madonna con il Bambino in braccio è scolpita in marmo bianco di Carrara, a tutto rilievo, è a tre quarti di busto ed alta un metro. Poggia su di uno scannello di marmo, decorato a bassorilievo con lo stemma della città di Bova, rappresentato da un bue, che copre tutto il prospetto anteriore, sovrapposti ad esso vi sono due angeli in adorazione ai lati di un piccolo sportello che serviva da ciborio. L'immagine della Madonna ha una espressione di dolcezza e di materno affetto. L'elegante esecuzione dell'opera si vuole attribuire a Rinaldo Bonanno, noto scultore del XVI secolo. Sull'estremità dello scannello è scolpita un'iscrizione datata 1584. La Madonna ed il Bambino erano ornati di corone d'argento finemente lavorate, certamente aggiunte in un momento successivo poiché recano incisa la data 1614.

I manufatti lavorati a sbalzo con decorazioni appartengono a bottega di oreficeria Siciliana. Nell'abside della navata destra, si conserva l'artistico altare del Sacramento: posto un tempo nella Cappella del Sacramento, nell'abside della navata sinistra, chiusa nel 1978 per le lesioni nel pavimento e nelle strutture murarie, l'altare è stato trasportato nella Cappella dell'Assunta. L'opera è in marmi policromi: due colonnine monolitiche con capitelli e cornicione sorreggono la grande pala del fastigio; sulla cornice superiore si legge l'iscrizione datata 1714.

La composizione decorativa del paliotto completa l'architrave. L'opera è attribuita a maestranze siciliane, presumibilmente messinesi, operanti nella regione, dove hanno lasciato cospicui esempi di marmi policromi intarsiati. danneggiata dal terremoto del 1908 che provocò lesioni e rigonfiamenti nelle strutture murarie fu in parte restaurata verso il 1930.

Adiacente alla Cattedrale è la struttura del Campanile a pianta quadrata che si sviluppa per un'altezza di m 7.5 , la cui torre campanaria è fornita di quattro campane. Secondo un'antica tradizione nella chiesa erano situate antiche sepolture. Uno scavo in corso, nell'area della navata centrale, condotto dalla Soprintendenza Archeologica della Calabria, ha, infatti, riportato alla luce numerose tombe, con un'innumerevole quantità di resti di ossa umane.

Chiesa del Carmine

La Chiesa costruita verso la metà del XVII secolo è una graziosa cappella gentilizia appartenuta alla famiglia Mesiani; sorge, infatti, sulla via Vescovado di fronte ai ruderi del più antico Palazzo Mesiani, demolito, da alcuni anni, per le precarie condizioni di stabilità. La chiesa ha una pianta rettangolare con piccolo campanile di forma quadrangolare, che risulta sopraelevato rispetto al tetto della chiesa, realizzato con strutture lignee e copertura in coppi. Sottili paraste d'angolo e arcate realizzate con l'uso di laterizi definiscono il corpo del campanile che conserva antiche campane. Il prospetto principale, in stile tardorinascimentale, è definito da alte lesene che sorreggono un cornicione con timpano triangolare, in cui sono evidenti gli interventi di restauro.

Il portale litico, al centro della facciata, é sormontato dallo stemma in marmo, leggermente aggettante, della famiglia Mesiani, con una piccola lapide iscritta. In alto si nota una finestra ad arco con cornice e davanzale in pietra. L'interno, ad unica navata, presenta un altare marmoreo con la tela della Vergine del Carmelo, ai lati si aprono finestre ad arco con vetrate policrome, intorno alle finestre e sul soffitto, con copertura a cassettoni, si evidenziano decorazioni in stucco. Sul pavimento di fronte all'ingresso é la lapide con lo stemma della famiglia Mesiani con iscrizione datata 1752.

Antichi documenti evidenziano che la Chiesa del Carmine era la Chiesa parrocchiale di S. Costantino soppressa poi nel XIX secolo, ciò sta ad attestare che la cappella non appartenne sempre ai Mesiani, tuttavia la lapide sepolcrale del 1752 con lo stemma di famiglia e la visita pastorale, nella diocesi di Bova, nel 1857 del Vescovo Mons. Dalmazio D'Andrea, definiscono la Cappella sotto il patronato della famiglia Mesiani.

La chiesa ha subito notevoli danni per i terremoti del 1783 e del 1806 e per l'alluvione del 1972. Nel 1973 sono stati eseguiti restauri in cemento armato, materiale nettamente in contrasto con le tecniche costruttive del seicento.

Chiesa di Santa Caterina

La chiesa di Santa Caterina, di recente costruzione, conserva al suo interno la statua della Madonna con il Bambino. L'opera datata 1590 ha lo schema tipico delle statue marmoree di tipo gaginesco e poggia su uno scannello ornato di bassorilievo. La Madonna é raffigurata a grandezza naturale fasciata da un ricco mantello che lascia intravedere le vaporose pieghe della veste.

Il suo ovale é molto delicato nei lineamenti somatici, lo sguardo é volto a terra in segno di profonda contemplazione e un sorriso, lievemente abbozzato, illumina il volto. La Vergine, con la mano sinistra, sorregge il bambino, mentre la mano destra, dalle lunghe dita affusolate, si posa sul ricco panneggio del manto quasi a trattenerlo.

In una iscrizione si leggono i nomi del Vescovo Metropolita Gaspare del Fosso e del Vescovo di Bova Tolomeo Corsini.

Chiesa dello Spirito Santo

La chiesa dello Spirito Santo, detta anche di Santa Caterina, è ubicata ai margini dell'antico borgo omonimo. Le fonti storico-documentarie fanno risalire la prima costruzione della chiesa ad epoca remota. L'edificio è a pianta rettangolare, ad unica navata, con abside rettilinea quadrata, con due cappelle laterali. Il prospetto principale, dalle forme semplici ed austere, contiene un portale dalle strutture architettoniche tardorinascimentali, intagliato in pietra da scalpellini locali, esso è costituito da due semipilastri, sormontati da capitelli ionici.

Sulla sovrastante trabeazione è impostato il timpano curvilineo, non continuo, per dare alloggio ad u8na finestra superiore. Sull'architrave si legge l'iscrizione: "Anno Domini 1622 Rectores Ioannes Salvus Maisanus Mascius Verduci Nicolaus Mafrica."

L'interno, dallo stato di conservazione precario, fa intravedere, lungo il perimetro delle parete, un sistema di paraste dove sono collocate le cappelle laterali, prive, oggi, degli altari esistenti in origine; dette paraste sono rivestite di stucchi preziosi, di colore bianco, dal tipico gusto ottocentesco. Una cornice, in alto, dalle pregevoli decorazioni, faceva da suggello tra le parti ed il soffitto.

Sull'altare maggiore, in marmo intarsiato, era collocata la statua marmorea della Madonna con il Bambino che proveniente dalla Chiesa di Santa Maria fuori le mura, fu sistemata nella chiesa dello Spirito Santo nei primi anni del Settecento; la statua è oggi conservata nella nuova chiesa di Santa Caterina.

Risulta difficile poter datare con precisione le origini della chiesa, tuttavia, secondo le ipotesi più attendibili, l'edificio religioso pare sia stato costruito tra la fine del XVI e l'inizio del XVII secolo. La chiesa subì gravi danni per i terremoti del 1783, 1908 ed del 1928 per cui si attuò un piano di ristrutturazione e riparazione, tuttavia, gli interventi previsti non sono stati realizzati e la struttura religiosa, tanto amata e venerata dal popolo, è stata abbandonata al suo destino.

Chiesa dell'Immacolata

La piccola chiesa di Santa Maria dell'Immacolata apparteneva, in origine, alla nobile famiglia Marzano ed era una cappella annessa al palazzo omonimo, che doveva ergersi sull'area dove attualmente é sito il Municipio. La chiesetta presenta sulla facciata un portale in pietra con intagli, in stile tardo-barocco, opera di scalpellini locali del XVII-XVIII secolo. Sopra l'architrave é posta una finestra ad arco ribassato con al centro lo stemma della famiglia Marzano.

L'interno é ad unica navata, due paraste sostengono un grande arco a tutto sesto; sull'altare maggiore era collocata una tela della Vergine dell'Immacolata oggi conservata nella chiesa di San Leo.

Al centro dell'aula, sul pavimento, é conservata una magnifica lapide con lo stemma dei Marzano ed una iscrizione datata 1767 attestante l'arrivo a Bova dei Marzano, fuggiti dalla città di Spalmate e la realizzazione della tomba per la sepoltura dell'intera famiglia.

Sempre all'interno sulla parete dell'ingresso si nota una acquasantiera incassata nel muro con leggibile iscrizione. Da un ingresso laterale si accede ad un piccolo campanile dove sono collocate due antiche campane. La chiesa fu adibita per molti anni, fino 1969, al Culto Divino per la Parrocchia di Santa Caterina; poi venne abbandonata e donata dall'Arcivescovo Ferro al comune per essere adibita a Museo. Oggi sono in corso lavori di recupero e di ristrutturazione alle strutture di copertura e alla facciata realizzati con tecniche e l'uso di nuovi materiali costruttivi.

Chiesa di San Rocco

La piccola chiesa è ubicata ai margini dell'abitato e sorge nei pressi dell'antico convento dei frati minori di S. Antonio. La sua costruzione risale alla fine del XVI secolo mentre la città di Bova penava per la peste. La chiesa presenta una facciata mono-fastigata con portale in pietra intagliata con motivi decorativi alla base delle paraste ed al centro dell'architrave, sormontato dallo stemma vescovile.

L'interno, ad unica navata, ha una profonda abside semicircolare con grande arco a tutto sesto.

La chiesa rivestì una certa importanza all'inizio del Settecento; danneggiata dai terremoti del 1783 e del 1908 fu restaurata nel 1975 con il ripristino delle coperture.

Chiesa di San Leo

La chiesa di San Leo, costruita alla fine del XVIII secolo, è sorta sui ruderi di una preesistente struttura, la cui fondazione risale al 1606. Dopo la Cattedrale, la chiesa di San Leo Protettore di Bova è la più antica aperta al culto. La sua storia, dai momenti significativi, è densa di avvenimenti di un lungo passato. La chiesa, nel suo interno, custodisce opere e tesori d'arte di epoche diverse. Sulla facciata principale si trova il portale, unico elemento decorativo per ciò che concerne l'esterno, sul cui frontespizio è scolpito lo stemma della città e sotto di esso l'anno 1606. Non possono sfuggire le evidenti analogie stilistiche con il portale della chiesa dell'Immacolata.

L'interno della chiesa, a pianta rettangolare, ad unica navata, presenta alle pareti preziosi stucchi ottocenteschi. Ai lati della navata si trovano diverse cappelle, in fondo nell'abside si erge il sontuoso e ricco altare maggiore. La Cappella delle Reliquie di San Leo, di stile barocco, è datata 1722; è dono dei fratelli Marzano per grazie ricevute dal Santo. In tale Cappella è collocato un altare marmoreo composto da quattro colonne in marmo colorato datato 1732, in un' urna d'argento riccamente cesellata si conservano le reliquie del Santo; di pregevole fattura è anche la statua d'argento, a mezzo busto, di San Leo.

Nella Cappella della navata destra è collocata una preziosa tela settecentesca. Al centro del dipinto è raffigurata la Madonna Immacolata a mani giunte, che poggia il piede sulla luna e calpesta il serpente, affiancata da San Francesco da Paola, San Antonio da Padova, San Giuseppe. La tela è opera di pittori calabresi con influenze di scuola napoletana; in origine essa si trovava nella Cappella della chiesa dell' Immacolata, è stata poi perfettamente restaurata, per volere del Sacerdote Don La Cava, e, riportata alle sue bellezze originali, è stata inserita in un nuovo telaio e collocata nel Santuario di San Leo.

Particolare menzione merita l'Altare Maggiore, di grande monumentalità, con la statua di San Leo in marmo bianco, collocata in una nicchia policroma, opera di maestranze messinesi. Il Santo tiene con la mano sinistra un'accetta rotta, la statua, alta m. 1,60 poggia su uno scannello ottagonale marmoreo su cui è riportato al centro lo stemma civico tra due stemmi di vescovi di Reggio Calabria e Bova.

La fattura della statua é riconducibile, stilisticamente, alla scuola messinese della seconda metà del cinquecento, forse seguaci di Montorsoli. Ai lati della nicchia si trova un doppio ordine di colonne, intarsiate in marmo rosso su cui poggia una cornice in marmo bianco scanalata, interrotta da una fascia in marmo rosso. Al di sopra di un ricco fastigio si trova lo stemma della città in marmo. Un duplice ordine di gradini avanzati porta alla mensa, anch'essa in marmo. Ai lati si trovano massicce volute, decorate con foglie d'acanto, che ne delimitano il paleotto dove emerge la formella mistilinea centrale. I particolari decorativi sono di raffinata ed elaborata fattura, tali elementi creano un effetto di armoniosa monumentalità inficiato dalla presenza di un tabernacolo di modesta fattura. Lo stato di conservazione dell'altare é precario: le lastre di rivestimento in marmo stanno per staccarsi dalla muratura, il marmo, bianco, è coperto di una patina grigiastra, segno di poca manutenzione.

L'attuale altare maggiore è stato eretto in sostituzione di un vecchio altare ligneo secentesco,è certo che la balaustra , realizzata in contemporanea con quella della Cattedrale, risale al 1754. Ambedue sono state realizzate a tarsia di marmo dalle stesse maestranze. E' probabile che si diede inizio ai lavori dell'odierno altare agli inizi del XVIII secolo.

I tesori di San Leo

I tesori custoditi nella chiesa di San Leo sono reperti di notevole interesse artistico appartenenti, per la maggior parte, alla scuola napoletana, pur non mancando espressioni di scuola siciliana. Il grosso della collezione é formato da ostensori, calici, turiboli, navicelle e una serie di paramenti sacri.

Molti di tali oggetti sono stati, da alcuni anni, portati a Reggio, e sono conservati in Cattedrale. Di particolare interesse é l'ostensorio in argento sbalzato, cesellato e di getto del XIX secolo dalle forme barocche. Presenta una ricca base con palmette e volute, il nodo, elegantemente modellato, é costituito da due testine affrontate, su cui si imposta la raggiera con fasci grandi e piccoli, ornata da una ghirlanda di cherubini e da grappoli d'uva.

Il coronamento con volute e frontone mistilineo é sorretto da figure di angeli. Di pregevole fattura é il turibolo d'argento sbalzato e cesellato del XIX secolo. La base circolare é segnata da baccellature, la coppa e il coperchio presentano un largo motivo decorativo a fogliame con angeli a figura intera. Al centro del coperchio é lo stemma del Vescovo Mons. Rozzolino, al di sopra si alternano lunghe baccellature, ovuli e fogliette d'alloro.

Accompagna il turibolo la navicella portaincenso con lo stemma vescovile di Mons. Rozzolino. Il piede a base circolare é decorato a palmette, la coppa, terminante con una testina angelica, si apre nella parte superiore con una valva che funge da coperchio munita all'estremità di pomolo e lunetta. In sontuoso stile barocco é la pisside in argento dorato. Sul piede campeggiano le figure, parzialmente a sbalzo, della Fede, Speranza e Carità. Il nodo é costituito da un gruppo di figure poste a guisa di cariatide che sorreggono la coppa lavorata a sbalzo con motivi floreali, fogliame e manipoli di spighe alternate a figure di angeli; le stesse decorazioni a fogliame caratterizzano il coperchio dove si evidenziano maggiormente testine di angeli aggettanti.

Il secchiello in argento sbalzato e cesellato del XIX secolo reca alla base l'incisione con il nome del Vescovo Mons. Rozzolino. Il collo presenta un motivo decorativo a fogliame e sulla coppa un fitto motivo di baccelli. Sulla parte centrale spiccano ancora i motivi decorativi a fogliame entro archeggiature a sesto acuto, tra bande rettangolari cuspidate includenti dischetti. Il manico ad andamento curvilineo parte da due mascheroni classicheggianti.

Segue l'ostensorio in argento sbalzato, cesellato, di getto con parti dorate del XIX secolo. La ricca base decorata con palmette presenta le figure degli evangelisti eseguiti a tutto tondo con al centro lo stemma vescovile di Mons. Rozzolino. Il fusto con la figura della Fede sostiene l'ostensorio. Il cristallo del reticolato è circondato da pietre colorate, la raggiera è ornata da spighe di grano; il coronamento con volute sorregge una croce formata anch'essa con spighe di grano.

Ancora interessanti risultano i paramenti sacri in tessuto damascato, serico e di raso: si tratta di pianete e piviali di manifattura italiana meridionale dei secoli XVIII - XIX. I paramenti presentano ricami in oro e argento eseguiti direttamente sul tessuto e completati da galloni dorati. Tali lavori testimoniano l'alto grado raggiunto dall'industria manufatturiera calabrese.

Il culto di San Leo

Una delle più solenni feste che il popolo di Bova festeggia é quella che viene celebrata in onore di San Leo, protettore e patrono di tutta la Diocesi. Si tratta di un culto antichissimo sentito già nel 1600. E' vecchia consuetudine che la festa si svolga a Bova nei giorni quattro e cinque maggio. Nel pomeriggio del quattro vengono portate in solenne processione, su una vara, sia l'urna argentea contenenti le sacre reliquie del Santo sia il suo busto, anch'esso d'argento. La vara, agghindata di fiori, seguita da un notevole numero di fedeli, percorrendo le stradine della cittadina, viene portata dalla chiesa di San Leo alla Cattedrale dove i fedeli la vegliano per tutta la notte.

La mattina del cinque, una processione accompagnata dalle note della Banda municipale di Bova, si snoda per le vie del paese. Nel suo itinerario la processione sosta davanti al Municipio, quindi la vara viene riportata nella chiesa di San Leo. Qui dimora fino al giorno otto per cui il popolo, in devoto e sentito pellegrinaggio, si reca in chiesa per pregare. La mattina di giorno otto una piccola processione porta la vara attorno alla chiesa, quasi a voler significare un ultimo saluto del Santo ai fedeli, poi l'urna viene posta nella cripta. Ai festeggiamenti religiosi si aggiungono quelli civili con lo scopo di richiamare, in segno di fratellanza e amicizia, i fedeli dei paesi vicini.

Le fontane

Il Vescovo Fra Paolo Stabile nel 1700 si rese conto dei disagi della popolazione di Bova per l'approvvigionamento idrico e fece confluire l'acqua in città attraverso tre fonti.

Le antiche fonti sono tre. Quella di Petrafilippo che scaturisce da una grande roccia veniva utilizzata per bere; l'acqua della fonte di Sifoni, invece, poiché ritenuta pesante, era adibita ad usi domestici .

L'altra sorgente, detta Clistì, che significa luogo velloso, ha un'acqua leggera e da questa fonte, un tempo, bevevano i cavalli e si riteneva che quest'acqua avesse delle proprietà che contribuivano a rinforzare gli animali.

Si racconta che Papa Innocenzo XI chiese informazioni sull'acqua della fonte di Clistì, ormai nota come un'acqua che ingrassava i cavalli.

Torre normanna o Parcopapia

La sua costruzione, che risale al X secolo, è contemporanea a quella del castello di cui faceva parte come sistema di difesa insieme alla mura e ad altre quattro torri.

È posta ad ovest, rispetto all'abitato e al castello e sovrasta la porta posteriore d'ingresso all'abitazione della famiglia Mesiani oggi inesistente.

Presenta una struttura unicircolare con anello basamentale più ampio di diametro, in pietra con ricorsi in mattoni.

La parte superiore in muratura mista, pietre e cotto, presenta riseghe interne nella muratura, ed è dotata di un'apertura.

Palazzo Mesiani

La costruzione del palazzo Mesiani-Mazzacuva risale alla fine del XVIII secolo,è ubicato in Via S. Costantino lungo una stradina in forte declivio. Esso sorge sui resti di una antica torre (XV secolo) che, in passato, costituiva una delle porte turrite attraverso le quali si poteva accedere in Città.

Il prospetto principale presenta un'articolazione plastica realizzata, secondo leggi di simmetria, con l'uso della muratura a faccia mista. Le due paraste d'angolo definiscono l'edificio che presenta cornice marcapiano e cornice conclusiva all'interno della quale si impostano, secondo una forte assialità ed alternanza, finestre e balconi.

Il portale d'ingresso, in stile tardorinascimentale, è realizzato in pietra chiara e presenta un grande arco affiancato da paraste con trabeazione.

Il palazzo danneggiato dal terremoto del 1783 venne restaurato e adibito ad uso residenziale; nel XIX secolo il piano intermedio fu destinato a carcere circondariale.

L'edificio oggi, notevolmente danneggiato, è in fase di restauro.

Palazzo Nesci

La costruzione del palazzo Nesci risale ai primi anni del XVIII secolo, danneggiato, poi, notevolmente dal terremoto del 1783 fu interamente restaurato.

Il palazzo, realizzato con due corpi di fabbrica con impianto ad L. è posto su due piani; ha una pianta quadrata con cortile centrale. L'intera facciata presenta una scansione nitida, di un polito neo-classicismo delle forme, nell'alternanza di finestre e balconi.

La muratura è mista con l'inserimento di grossi conci di pietra squadrata. Ai lati del portale, con arco a tutto sesto, due paraste sostengono una trabeazione sulla quale è posto lo stemma della famiglia Nesci. Verso la fine del 1800 fu costruito un poderoso voltone laterale che collega il piano superiore del palazzo con un terrazzo dalla bellissima veduta panoramica verso vallata. La realizzazione dell'arco ha suscitato notevoli contrasti tra la famiglia Nesci ed il Comune.

All'inizio del '900 il palazzo è stato sede di un teatro e di casinò di società. Il palazzo, ubicato al centro del paese, sulla Piazza Roma, costituisce un interessante esempio di architettura civile settecentesca.

Strumenti musicali

Gli strumenti musicali del paese di Bova e dell'area grecanica presentano forti caratteri di arcaicità e risultano in via di estinzione. Tali strumenti hanno valore non solo in quanto oggetti materiali, ma per il sostrato musicale a cui rimandano. Si tratta di strumenti musicali popolari legati ad un ambiente agro-pastorale, costruiti, diffusi e suonati dallo stesso musicista e sono funzionali ad occasioni sociali, durante le feste religiose e liturgiche. I musicisti popolari, pastori e contadini, pur non traendo sostentamento da attività musicali, rappresentano il sapere musicale appreso oralmente all'interno della comunità. I suonatori appartengono alle generazioni anziane, ma ci sono degli strumenti che sono suonati anche dai giovani come l'organetto e il tamburello.

Il tamburello ha origini molto antiche, la superficie si ricava dalla pelle di capra, perfettamente tirata inserita in una cornice circolare, con una serie di piastrine metalliche ritagliate da fondi di latta. Il tamburello si utilizza nella tarantella in quanto svolge una funzione ritmica molto importante e prevede l'accompagnamento della zampogna.

Anche la zampogna ha antiche origini: è probabile una sua discendenza dagli "auloi" greci, si conoscono due tipi diversi di zampogna: una con canne di melodia di diversa lunghezza ed un'altra con canne di uguale lunghezza collegate ad un otre di pelle. La sua funzione è quella di scandire i momenti salienti dell'anno agricolo, secondo l'arcaico calendario stagionale. Essa viene generalmente protetta dal malocchio con vari amuleti, quali nastri, fiocchi rossi e cornetti aventi un significato apotropaico. Il suo repertorio è costituito da tarantelle, pastorali ed accompagnamento al canto.

Un altro strumento musicale utilizzato dai grecanici di Bova è l'organetto, un'armonica a bottoni, a suoni alternati. Il repertorio dell'organetto concorda in gran parte con quello della zampogna, ma esso serve anche per l'accompagnamento di canzoni ritmicamente più rigide ma melodicamente più libere. A Bova ogni anno si tiene il festival dell'arte musicale greca che costituisce il maggiore stimolo artistico per tutti i greci di Calabria.

Fonte: comunedibova.it

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