Giovedì, 27 Luglio 2017

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Cultura popolare e credenze dell’Italia greco-calabra

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Nelle tradizioni popolari dei paesi greco-calabri, il mondo delle composizioni e della favolistica era costantemente animato da mostri e folletti del tutto invisibili e che solo molto raramente si esibivano in sporadiche osservazioni che, intesi come categoria tematica di un genere letterario di tipo popolare riferito al mondo delle tradizioni locali, trova ancora oggi numerose analogie con la cultura propriamente greca soprattutto nel genere favolistico nel quale sono presenti fate, gnomi, draghi, sirene e folletti.

Infatti non è facile da accertare ma sembra che vi sia un certo collegamento mitologico per esempio, tra le Naràde del mondo greco-calabro e le Nereidi o le Naiadi, le splendide ninfe delle acque che secondo l’omerica memoria erano figlie di Zeus, mitologico padre degli dei del mondo greco.

Non si può tuttavia escludere, proprio perché questi esseri mitologici abitavano, sempre secondo quanto riferito dalle tradizioni per lo più tramandate oralmente, nelle montagne e nei boschi delle splendide vallate della Bovesìa, che in riferimento al mondo mitologico dei Greci, esse possano essere identificate con le Oreadi, splendide ninfe che vivevano nelle montagne e nelle valli o nelle Amadriadi, ninfe degli alberi.

La tradizione delle naràde è stata sempre tramandata per centinaia di anni di famiglia in famiglia, un po’ per tradizione, un po’ per superstizione, un po’ perché le donne e i bambini rimanevano incantati e spaventati ad ascoltare.

Ed è così che questi essere strani e soprannaturali stavano vicino alle persone, bussavano alle porte, chiedevano favori, facevano dispetti. Sono spiriti ingenui che rimangono alla fine, vittime della furbizia contadina dei paesani. Così è per la Naràda di Roghudi, dalle sembianze femminili e dai piedi di mula o d’asina, lasciata sul posto dove si trovava da una donna furba; così è per quella di Roccaforte che aveva scambiato suo figlio con quella di un’altra donna soltanto per farle dispetto.

Tuttavia sull’argomento delle naràde sono state identificate, nel corso degli studi, diverse varianti, tutte utili a comprendere la necessità a fare attenzione ai pericoli. Esse nella leggenda hanno sempre rappresentato l’essere crudele per antonomasia. Così, per un certo periodo storico la naràda, che sgozzava i bambini o si nutriva di carne umana, raffigurava l’orda saracena che saliva dalle marine verso i paesi di montagna. Il loro tallone d’Achille erano proprio i piedi; il rumore duro e battente degli zoccoli e la forma asinina tradiva infatti la loro presenza.

La tradizione tramandata sempre da alcune fonti orali dice: "Le narade avevano due piedi di asino e due di essere umano: quattro. Per metà erano esseri umani, l’altra metà erano asini. E dicono che, queste qua, se le gettavano, se andavano a gettar loro roba di latticini, per mangiare, non toccavano la gente, altrimenti li mangiavano".

Molto interessante è una testimonianza raccolta dall’amico Prof. Gennaro Dieni e tramandata dalla madre che indica anche la figura maschile delle naràdi cioè il narado la quale racconta: «Una notte una donna che era ostetrica, sentì bussare alla porta della sua abitazione. Subito si alzò e aprì la porta. Fuori dalla porta c’era un uomo. Le disse di andare con lui a casa sua per assistere una donna che doveva partorire. La donna non si accorse che quell’uomo, che aveva bussato alla porta aveva il piede di asino. La donna partì con quell’uomo per andare a casa sua, ma per strada la donna vide che non era un uomo come gli altri, ma era un “anarado” perché aveva il piede di asino. La donna non poteva fare nulla e andò con lui nelle grotte, che erano in montagna, lì c’erano molti “anaradi”. Quando entrò nella grotta vide tante “anarade”, con tutta la paura assistette “l’anarada”. La fortuna l’aiutò e venne fuori un maschio. Tutte le “anarade” la accompagnarono, con molti bei regali che ognuna le diede, a casa».

Particolarmente diffusa nella zona di Ghorio di Roghudi era la leggenda del drago legata alla presenza, affascinante e spettacolare, di un grosso masso denominato “Ròcca tu Dràcu”, presente nella zona che nella sua forma maestosa e imponente, faceva comparire delle sporgenze paragonate dalla gente del luogo a delle caldaie del latte e denominate appunto “Caddhreddhi”.

La leggenda racconta di un drago cieco che custodiva un tesoro che costituiva il premio da assegnare a chi avrebbe brillantemente superato una prova di coraggio consistente nel dover sacrificare tre esseri viventi: un neonato, un capretto e un gatto nero.

Questo essere mostruoso era particolarmente terrificante e violento e nessuno degli abitanti osava sfidarlo fin quando un giorno una donna del paese partorì un piccolo sfortunatamente malformato. L’ostetrica che ha assistito la donna al parto avvolse dunque il piccolo in un panno e lo consegnò a due uomini affinché se ne liberassero ma i due, conoscendo la leggenda del drago, pensarono di procurarsi un gatto e un capretto e iniziarono il rito sacrificale; uccisero il gatto e successivamente il capretto ma quando giunse il momento del bambino, si sollevò una grande e forte tempesta di vento che scaraventò i due uomini lontano uccidendone uno. L’uomo sopravvissuto, da quel momento fu per tutta la sua vita perseguitato dal diavolo e nessuno degli abitanti pensò più al tesoro.

Ma il mondo della tradizione orale dei greco-calabri è anche ricco di varie superstizioni che ancora oggi sopravvivono tra le genti più anziane dei paesini arroccati sulle ridenti vallate di questo angolo di Calabria conferendogli così un unicum culturale che unisce il sacro al profano.

A Roccaforte del Greco e in qualche altra località resiste ancora per esempio la superstizione con il rito della “sdocchiatura” per eliminare il malocchio usando elementi naturali come l’olio, il sale e l’acqua benedetta. Oggi in pochi sono quelli che credono a questo rituale che tuttavia nel passato era molto praticato e sentito tra le genti.

Le superstizioni accompagnavano tuttavia il vivere e lo scandire di ogni momento della vita di queste comunità come per esempio il non sposarsi di venerdì e di martedì poiché giudicati giorni poco favorevoli al matrimonio, il non portare i bambini al cimitero se non hanno ricevuto il Santo Battesimo poiché potrebbero essere vittime del malocchio oppure il non poggiare la carne sul letto, indice di cattivo augurio.

Una cultura quella popolare di un tempo lontano, che sopravvive solo in modo parziale ancora oggi e che rivela la grande e illustre matrice culturale della nostra Terra di Calabria.

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