Per Franco Mosino

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Un saluto all'amico fraterno

Quando Franco, l’amico mio fraterno per più di 50 anni, morì, nel pomeriggio del 15 luglio 2015, io ero appena arrivato con l’Accademia dei Vagabondi in Normandia, in quella terra da cui si partirono i signori che tanto influirono sullo svolgimento della storia e della cultura di Calabria. Quando eravamo giovani, facevamo spesso così, andando per luoghi diversi a pascolare cultura. Ma Franco, sempre affettuoso, non mancava mai di inviarmi una cartolina dai luoghi che visitava; io, invece, più trascurato, spesso dimenticavo di farlo.

Ma tante volte siamo andati assieme per viaggi avventurosi, come quando ci trovammo a Corfù al tempo dei colonnelli e Franco non mancò di scoprire che il venditore ambulante gridava “frisc’avgà” con la stessa intonazione con la quale da bambini ascoltavamo il grido di “frischi l’ova”.

Oppure quando, discesi dalla corriera sotto Staiti, valicammo a piedi una valle per visitare Santa Maria di Tridetti e poi la risalimmo e scendemmo dall’altra parte per scoprire la Rocca di Armenia, dove Franco subito si accorse che per terra, fra i piedi di alcuni tacchini, c’era un documento epistolare di fine ottocento. Aveva un fiuto eccezionale per simili doviziosi particolari e un intuito meraviglioso per ricavarne nozioni nuove, scoperte impensabili.

In questo faceva anche la mia parte, perché io sono distratto e poco intuitivo: una volta mi fece accorrere tutto contento in questa chiesa dell’Itria in cui ora siamo riuniti in preghiera per lui, e volle che ammirassi nella parte bassa di un quadro una veduta ottocentesca di Reggio.

In tal modo ci scambiavamo ricchezze spirituali e succedeva che ci chiamassero Franco Minuto e Domenico Mosino.

Per me inventò il nome della prima associazione grecanica, La Jonica, riprendendo un’espressione della mia Quercia greca, e per amicizia verso i miei sentimenti religiosi si proclamava “ateo ortodosso”.

Egli anticipò l’esperienza che io oggi provo con gli amici Vagabondi, ne fu l’antesignano. E proprio ad essi egli dedicò l’ultima sua conferenza, che non poté svolgere, sulla baritonesi nei toponimi greci del Mediterraneo.

Negli anni recenti durante i quali il suo corpo andò sempre più disfacendosi non mi recavo a fargli visita, per un reciproco pudore, ma ci telefonavamo spesso, perché io trovavo sempre qualcosa da chiedergli. Rispondendo alla mia chiamata, immancabilmente mi diceva con sussiego. “Caro Mimmo, dimmi, dimmi”. E talvolta io improvvidamente soggiungevo: “Caro Franco, come stai?”.

Non mi disse mai una parola di lamento per la sua salute, anche quando fu definitivamente costretto a non fare uso della vista, lui che era stato così formidabile nel leggere e nello scrivere, e andava spigolando fonti di ripensamenti e scoperte nell’ascolto continuo delle trasmissioni radiofoniche. Buttava subito la conversazione su invenzioni scherzose, perché fu un uomo forte, coraggioso e volitivo, anzi ostinato, come molti di noi sanno bene, e sempre gioioso, anche quando si mostrava irritato.

Ricordo il coraggio con cui affrontò il sindaco di Condofuri, un signorotto tronfio e ignorante, che pure lo minacciò, a motivo della strada per Gallicianò. In quella occasione tutti i gallicianesi, che Franco amava come li amo io, si recarono a fargli visita e non dicevano niente, perché non c’era bisogno di parlare.

Amò tutti i Greci di Calabria e si proclamò filelleno perché contemplava in essi tesori di cultura tramandati con umile fedeltà. Diceva che con questi amici c’era sempre da imparare. Infatti Franco fu una persona estremamente umile, a dispetto dell’apparente arroganza di cui si rivestiva per il suo carattere impetuoso, sfrenato, del quale anch’io feci le spese, quando improvvisamente, per un verbo che io avevo usato, mi tolse la sua amicizia e poi, dopo cinque anni, improvvisamente me la ridiede. Ma nel fondo il rispetto e l’ammirazione reciproci rimasero sempre intatti, anche nella totale divergenza di opinioni su argomenti culturali.

Con la sua impulsività, tradusse la sua innata generosità in atti che ai benpensanti possono sembrare spropositati. Quando andò in pensione, più o meno negli anni in cui vi andai io, egli impegnò quasi tutta la buonuscita per farsi allestire dall’architetto greco Costantino Telios una sontuosa libreria nella quale depose i suoi infiniti volumi, e ci chiedeva di andare a studiare a casa sua, firmando i fogli di presenza. Poi un giorno, immediatamente, regalò libri e libreria alla città di Bova, che giustamente lo proclamò concittadino onorario e lo ricorda con particolare gratitudine; la sua dimora rimase spoglia e desolata, ma non se ne lamentò mai. Credo che questa sua decisione sia stata suggerita dal valore che egli attribuiva al rapporto di affetto.

In quei tempi, per la contraddizione che spesso avvolge i nostri atti e in lui era consueta, sentendo un vivo bisogno di affetto andava allontanandosi da parenti, conoscenti e amici con i quali si fosse adombrato per un nonnulla e insisteva in quell’atteggiamento.

Erano rimasti nell’emozione del suo cuore gli amici grecanici e diede ad essi il suo più vero tesoro. Mi accorsi con emozione di questa sua sensibilità affettiva nelle nostre telefonate degli ultimi anni: egli rispondeva alla mia domanda iniziale con grande dottrina, poi mi improvvisava una piccola conferenza e alla fine mi ringraziava, perché era consapevole che l’occasione del nostro conversare era il reciproco affetto, non una mia improvvisata e spesso maldestra curiosità culturale.

Quando questa mattina Irene, la sorella di Franco che per decenni gli ha offerto una assistenza vigile e costante, nonostante le avversità umorali del fratello, mi ha ordinato, come faceva lui, di tenere questo discorso di saluto, anzi di arrivederci, all’amico Franco, sentii il dovere di ubbidire subito. E poco dopo, mi capitò per caso un testo che mi sembra si addica a Franco e gli possa fare piacere.

Leggo perciò, in traduzione adattata, alcuni versi di Ovidio per la morte di Orfeo: “Gli uccelli afflitti ti piangono, Franco, ti piangono le schiere di animali selvatici, e i sassi duri e le selve del mondo grecanico che hai amato e compreso, con umile trasporto. Gli alberi, le meravigliose féndrine, depongono per te le chiome in segno di lutto. Eterna sia la tua memoria”.  

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